Tiziana Bellini, la pittrice che dà corpo alla scena
Da una laurea in Biologia al grande formato: ritratto di un'artista cosentina che dipinge corpi monumentali, costruisce mondi per il teatro e ha ridato vita, una tavola alla volta, al Dante di Salvador Dalí.
C'è un momento, guardando lavorare Tiziana Bellini, in cui le proporzioni si rovesciano: è l'artista a farsi piccola, mentre l'opera la sovrasta. In piedi o inginocchiata davanti a superfici alte come pareti, con i barattoli di colore ai piedi, costruisce volti e corpi che si misurano con l'architettura prima ancora che con lo sguardo. Il grande formato non è, per lei, una scelta di scena: è un modo di pensare.
Cosentina, Bellini arriva all'arte per una strada inattesa. Prima c'è una laurea in Biologia; poi la deviazione, decisa, verso le arti visive e performative. Quella formazione scientifica non è un dettaglio archiviato: riaffiora di continuo nei corpi che dipinge — anatomie, muscoli, sistemi di vene resi come mappe di colore. È evidente in opere come Anatomia del dolore, dove una figura monumentale si apre in un albero di arterie rosse: lo sguardo della scienziata e la mano della pittrice nello stesso gesto.
Nel 1994 è tra le animatrici di Teatroimpegno, realtà del Gruppo Teatro di Calabria nata a Cosenza per raccogliere le esperienze teatrali più vive del territorio. Da allora il suo lavoro tiene insieme tre mestieri — scenografa, costumista, pittrice — in una pratica che lei intende come arte totale: pittura, corpo e architettura scenica non accompagnano lo spettacolo, lo diventano. I suoi fondali non fanno da sfondo; prendono la scena. I costumi si fanno estensione del corpo di chi danza.
Per la scena ha firmato, fra gli altri, scenografia e costumi di Sei personaggi in cerca di onore, parafrasi pirandelliana di William Lo Celso per la regia di Marco Silani. C'è poi una vocazione che le sta a cuore quanto il teatro: la memoria del Mezzogiorno. Nelle sue ricostruzioni d'epoca Bellini lavora su uno studio quasi filologico della storia di Cosenza e della Calabria, trasformando documenti e atmosfere in materia, costume, colore.
Accanto al teatro corrono i suoi cicli pittorici personali. Uno è dedicato a Pier Paolo Pasolini: ritratti e oggetti — la macchina da presa, il libro aperto — che provano a restituire il poeta e la sua ferita, più che la sua immagine.
Una parte del suo lavoro nasce su commissione, anche come libera reinterpretazione di opere celebri incontrate su libri e riviste d'arte: non copie meccaniche, ma — secondo la formula che le veniva affidata — «riproduzioni autentiche», ricreate con tecnica, materia e dimensioni proprie, diverse dagli originali.
Il vertice di questa pratica è anche la sua impresa più ambiziosa: Bellini ha ripercorso a mano, una tavola alla volta, l'intero ciclo dantesco immaginato da Salvador Dalí: cento dipinti a olio, cento canti, un dialogo a distanza tra due immaginazioni. Non una copia, ma un corpo a corpo con un altro artista — l'esercizio antico e altissimo di chi impara guardando i maestri e poi torna a parlare con voce propria. Un lavoro di pazienza monastica e di ambizione altrettanto grande, che dice molto del temperamento di chi l'ha portato a termine.
Davanti alle sue opere accade qualcosa di fisico: la materia, il colore, la scala monumentale costringono a fare un passo indietro e poi un passo dentro. Non si guardano soltanto — chiedono di esserci. È forse questo il filo che lega la scienziata, la donna di teatro e la pittrice: l'idea che l'arte non sia una superficie da osservare, ma uno spazio da abitare.
Immagini: opere e fotografie di Tiziana Bellini, per gentile concessione dell'artista.